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La rivista: un genere parallelo del teatro in America.
La rivista non fu un’evoluzione del vaudeville, ma un genere parallelo, che mosse i primi passi in territorio americano intorno al 19° secolo. Nell’articolo Musical: L’Operetta, il Teatro di Rivista e il Café-concert abbiamo visto alcune caratteristiche della rivista in Francia, il suo paese d’origine. In America seguì la stessa impostazione, aggiungendo però un tocco locale e ovviamente adattandola ai gusti del pubblico.
La rivista sembra molto simile al vaudeville e agli altri generi descritti. Aveva la fantasia del minstrel show, delle scenette satiriche e del burlesque, il gusto per la bellezza e per gli allestimenti grandiosi dell’extravaganza e dello spectacle ma, a differenza dei primi abbozzi di musical comedy The Black Crook ed Evangeline, non era un book show.
Questo significa che, oltre a differenziarsi da vaudeville e minstrel show che accostavano numeri di diverso tipo senza connessioni, non era basata su una storia, non aveva un copione definito ma la sua forza era avere un “tema” specifico. Questo tema venne sfruttato di volta in volta per accostare numeri di vario genere, sempre però legati da un unico argomento. La rivista prese dal vaudeville la sequenza dei numeri, regolata da norme precise, con una scaletta dello spettacolo non casuale ma ruotante intorno a picchi teatrali che preparavano lo spettatore al picco emotivo finale.
«Tutti i numeri si sviluppano all’interno di un contesto; in realtà questo sistema offre molti dei vantaggi propri di un book show, senza però l’obbligo di rispettare situazioni precise o legami tra i personaggi, e rende anche lo spettacolo più flessibile, semplice da modificare, per migliorarlo a seconda del gradimento del pubblico, o per adattarlo alla situazione del momento.» VENTURINO, Musical: istruzioni per l’uso, p. 44
La rivista quindi si configurava come uno spettacolo duttile e fin dall’inizio si sviluppò secondo due filoni: il primo era quello spettacolare, con effetti speciali grandiosi, il secondo quello di una rivista intima e riflessiva, meno mezzi e quindi meno effetti, ma gusto per la satira intelligente e per l’allegria. Quest’ultima rifiutava l’esteriorità fine a se stessa delle produzioni miliardarie e sceglieva invece una presentazione semplice e sofisticata, accompagnata da musiche vitali e testi brillanti. Ci si focalizzava sui contenuti e probabilmente meno sui dati del botteghino.
Questo tipo di rivista fu poi nel tempo impiegata per un tipo di allestimento dai contenuti sociali: raccolte di fondi e argomenti di sensibilizzazione politica, come il famoso Pins And Needles (1937) satira sul movimento laburista.
L’accoglienza della critica fu positiva, ma molte delle canzoni vennero censurate dalla radio a causa delle terminologie impiegate. Pins And Needles stabilì il record di permanenza in scena, 1108 rappresentazioni, e solo nel 1943 questo record fu battuto dal musical Oklahoma!
La rivista intima fu un genere che aprì le porte ad una coppia di artisti che vedremo prossimamente: Richard Rodgers e Lorenz Hart, i quali firmarono insieme alcuni dei più grandi musical.
La rivista spettacolare, come già accennato, puntava invece sugli effetti speciali, su un grande cast, su allestimenti lussuosi ed era debitrice dell’extravaganza e dello spectacle, a cui si avvicinava anche per gli ingenti costi di produzione.
Parlando di rivista non si può non considerare chi della rivista ne fece una strategia di spettacolo e di vita. Nell’estate del 1907 in un locale di Broadway andò in scena la prima edizione delle Follies di Florenz Ziegfeld.
Come ci ricorda Sergio CAMERINO, nell’opera C’era una volta Broadway, Ziegfeld era figlio di un rispettabile direttore di un college musicale di Chicago. Esordì in piazza esibendo Eugene Sandow, l’uomo più forte del mondo, rivestito solo dei propri musicali e di una foglia di fico. Grazie alle Ziegfeld Follies nacquero artiste quali Marion Davies, Irene Dunne e la citata spogliarellista Gypsy Rose Lee.
La sua prima missione era quella di americanizzare alcuni grandi varietà europei e, primo fra tutti, Les Folies Bergères a cui si ispirano nel nome. Secondariamente si voleva trasformare un divertimento per le classi modeste nell’intrattenimento per eccellenza di un pubblico borghese, ricco e colto, difficile da coinvolgere.
La sua idea fu accolta con entusiasmo al punto che le Ziegfeld Follies resistettero per 23 edizioni dal 1907 al 1931 e questo grazie a due elementi principali: il fatto di avere per ogni edizione un tema specifico di scottante attualità, e ancora più importante l’atto di esaltare la bellezza della donna americana, dovuto sicuramente al suo grande amore per la figura femminile, concetto espresso da un celebre inno di Berlin, scritto per Ziegfeld nel 1919, che rappresentava perfettamente le sue Follies, “A Pretty Girl Is Like A Melody” (una bella ragazza è come una melodia).
I suoi show sono passati alla storia per la grandiosità degli allestimenti, ma soprattutto per l’incredibile quantità di donne per altro bellissime presenti. Per un’attrice, una cantante o una ballerina del tempo la massima aspirazione professionale era venir scelta per questi spettacoli, quasi uno dei nostri “reality show” odierni o la possibilità di diventare “velina”.
«Alla grandiosità e al kitsch degli spettacoli precedenti, Ziegfeld aggiunge lo sfarzo delle Folies Bergères, una serie di invenzioni pubblicitarie da capogiro, concepibili solo nell’America di quegli anni, e cinquanta ragazze giovanissime che, sontuosamente incorniciate, danno allo spettatore l’impressione di assistere a una sfilata delle ospiti di un casino di lusso. […] Grande illusionista nell’avvolgere le gambe ben tornite e i seni in boccio delle ragazze del vecchio vaudeville, in una confezione tutta scale, luci e organza, Ziegfeld sosteneva che la sua era una missione destinata to glorifiyng the American girls. Per glorificarle al meglio, si portava regolarmente a letto le ragazze del corpo di ballo, le quali erano ben liete di contribuire alla miglior riuscita della missione.» CAMERINO, C’era una volta Broadway, p. 57
Senza dubbio Ziegfeld aveva la capacità di riconoscere la bellezza, ma anche il talento. Una delle sue preferite fu la giovane esordiente Fanny Brice, donna non troppo bella ma con un carisma e una comicità che la resero la star di molti suoi show.
In onore alla figura di Funny Brice fu scritto da Jule Styne anche un musical dal titolo Funny Girl e fu portato in scena nel 1964 con protagonista un’attrice oggi d’eccezione: Barbra Streisand. Fanny è una ragazza decisa a farsi strada nel mondo dello spettacolo, nonostante la natura non l’abbia dotata di tutte le carte in regola per una carriera in discesa, ma piuttosto di un talento comico e clownesco. L’auto ironia, la comicità e la determinazione la portarono a diventare una diva delle Ziegfeld Follies ma, se da un lato la carriera fiorì, non risolse mai l’amore tormentato per un playboy e giocatore d’azzardo. Fu il musical che consacrò Barbra Streisand anche perché la protagonista di questo musical sembrava lei stessa, al punto che con la versione cinematografica del 1968 vinse un meritato premio Oscar.
Ziegfeld era un uomo che non badava a spese e chiamò per la sua rivista grandi nomi che si cimentarono poi anche nel genere musical: J. Kern, V. Herbert, il citato I. Berlin, C. Porter e persino G. Gershwin. Tutto ciò, fino all’ultima edizione del 1931; successivamente, con la morte di Ziegfeld scomparve anche un certo genere di rivista: le spese di allestimento erano eccessive e si passò ai book show.
Grazie a quest’uomo così eccessivo e sopra le righe, lo spettacolo divenne un vero e proprio business, stimolando il gusto per la celebrazione dell’orgoglio nazionale e per il patriottismo, e promuovendo la costruzione di teatri atti ad ospitare il nuovo teatro musicale, secondo nuovi parametri acustici.
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